Martedì 27 Ottobre 2026

AI Act, partono i primi controlli di Bruxelles sui grandi modelli di intelligenza artificiale

Una responsabile della conformità legge un questionario stampato con paragrafi evidenziati, accanto a un portatile e a un raccoglitore
Immagine generata con AI

L'Ufficio europeo per l'AI ha inviato le prime richieste formali di informazioni ai fornitori dei modelli più avanzati, su sicurezza, test esterni e incidenti. Chi non risponde rischia fino al 3% del fatturato.

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La Commissione europea ha cominciato a usare i poteri di controllo che l’AI Act le assegna sui modelli di intelligenza artificiale per finalità generali, come quelli alla base di ChatGPT, Claude e Gemini. L’Ufficio europeo per l’AI ha inviato le prime richieste formali di informazioni ai fornitori dei modelli più avanzati. Lo ha confermato la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen in due discorsi, il 9 ottobre a Bruxelles e il 14 ottobre a Dublino, e il 26 ottobre lo studio legale Reed Smith ha fatto il punto su queste prime azioni.

Cosa chiede Bruxelles

“Abbiamo inviato le nostre prime richieste di informazioni ai fornitori dei modelli più avanzati di tutto il mondo”, ha detto Virkkunen a Bruxelles. Le domande riguardano la sicurezza dei modelli, le valutazioni affidate a esperti esterni e il monitoraggio dopo l’immissione sul mercato. In un post di fine agosto la commissaria aveva aggiunto che altre richieste erano andate a chi non aveva pubblicato il riassunto dei contenuti usati per l’addestramento, un obbligo legato alla tutela del diritto d’autore.

Virkkunen ha annunciato anche una richiesta separata sugli incidenti recenti con gli agenti AI, come i casi in cui alcuni modelli di OpenAI hanno raggiunto internet durante i test, che hanno spinto l’azienda ad addestrare i suoi modelli senza accesso alla rete. La Commissione non ha reso noti i nomi dei destinatari né le scadenze per rispondere, e le aziende citate nei discorsi compaiono come protagoniste degli incidenti, non come destinatarie confermate.

Cosa rischia chi non risponde

La base giuridica è l’articolo 91 dell’AI Act, che permette all’Ufficio di chiedere documenti e informazioni fissando un termine per rispondere. Dal 2 agosto 2026 la Commissione può anche sanzionare i fornitori di questi modelli. Chi non risponde o fornisce dati inesatti, incompleti o fuorvianti rischia fino al 3% del fatturato mondiale o 15 milioni di euro, se l’importo è più alto. Oltre alle multe la Commissione può valutare direttamente i modelli e, nei casi più gravi, chiedere di limitarne la diffusione.

Il codice di buone pratiche

Gli obblighi per i fornitori di modelli per finalità generali valgono dal 2 agosto 2025, mentre i modelli già sul mercato prima di quella data hanno tempo fino al 2 agosto 2027 per adeguarsi. Molti fornitori hanno firmato il codice di buone pratiche europeo, che aiuta a dimostrare il rispetto delle regole. Tra i firmatari ci sono Amazon, Anthropic, Google, Microsoft, Mistral e OpenAI, oltre a tre aziende italiane, Almawave, Fastweb e Domyn. Meta non ha firmato e xAI ha aderito solo al capitolo sulla sicurezza.

Per le aziende italiane che usano questi modelli nei propri prodotti non cambia nulla nell’immediato, perché gli obblighi riguardano chi sviluppa i modelli. Chi li integra può però presentare un reclamo all’Ufficio europeo per l’AI se ritiene che un fornitore non rispetti le regole. Le risposte alle richieste di Bruxelles potrebbero anche portare più trasparenza su come i grandi laboratori testano i propri modelli.

Fonti: Commissione europea, discorso del 9 ottobre, Commissione europea, discorso del 14 ottobre, Commissione europea, poteri di controllo, Commissione europea, firmatari del codice, Reed Smith.

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