Quando ChatGPT cerca notizie sul web, gli articoli degli editori che hanno un accordo con OpenAI gli arrivano già riassunti e in cima alla lista, mentre le pagine degli altri siti arrivano come frammenti di testo grezzo. Lo sostiene David Konitzny, ricercatore di Peec AI, una startup berlinese che studia come i marchi compaiono nelle risposte dei chatbot. Ha pubblicato l’analisi su LinkedIn e The Decoder l’ha ripresa il 27 ottobre. OpenAI non ha commentato.
Cosa ha trovato nel codice
Konitzny ha esaminato i campi tecnici delle risposte di ricerca di ChatGPT. Per le notizie il sistema usa tre motori, uno chiamato labrador per i contenuti dei partner, uno basato su Google News e uno sui servizi di Microsoft. Solo il primo compila un campo che indica il fornitore, e lì compaiono 12 editori con 43 domini, tra cui Condé Nast, Hearst, Axel Springer, News Corp, Reuters e AP. Dallo stesso canale passano anche ricette, recensioni di prodotti e guide all’acquisto di siti come Allrecipes, People, WIRED e la tedesca WELT.
Per queste pagine ChatGPT non scarica il testo al momento. Riceve un riassunto che secondo Konitzny viene preparato in anticipo, e nelle istruzioni lette dal modello questi riassunti stanno prima di tutti gli altri risultati. Il ricercatore ha controllato anche 1.000 riassunti di classifiche del tipo “i 10 migliori”. I prodotti nelle prime tre posizioni vengono nominati nel 70% dei casi, quelli dalla settima alla decima solo nel 23%. Chi sta in fondo a una classifica rischia quindi di sparire dalla risposta.
Quota di voci nominate nei riassunti di ChatGPT, per posizione in classifica.
- Posizioni 1-370%
- Posizioni 4-641%
- Posizioni 7-1023%
- Posizioni 11 e oltre12%
Analisi di 1.000 riassunti di pagine del tipo “i 10 migliori”. Fonte: David Konitzny, Peec AI.
Un’analisi da confermare
I dati vengono da una sola persona e nessuno li ha ancora verificati. Che i riassunti siano generati in anticipo è un’ipotesi di Konitzny, e un suo collega di Peec AI in un altro articolo descrive labrador come l’indice generale di OpenAI, che comprende anche altri tipi di contenuti. Il quadro è però coerente con quanto emerso in passato. Nel 2024 una presentazione trapelata ad Adweek prometteva agli editori del programma partner più visibilità nelle risposte, e OpenAI rispose che conteneva inesattezze e informazioni superate. Nel 2025 uno studio dell’Università di Amburgo ha rilevato che welt.de e bild.de, entrambi di Axel Springer, valevano circa il 13% delle fonti citate nell’interfaccia web di ChatGPT e il 2% tramite API.
E gli editori italiani
In Italia l’accordo più noto è quello tra OpenAI e GEDI, annunciato a settembre 2024, che porta in ChatGPT contenuti di Repubblica e degli altri giornali del gruppo con citazioni e link. A novembre 2024 il Garante della privacy aveva inviato a GEDI un avvertimento formale, perché la cessione dell’archivio poteva violare il GDPR a causa dei dati personali contenuti negli articoli. Nell’analisi di Konitzny non compaiono testate italiane e non è chiaro se l’intesa sia ancora attiva dopo la vendita di GEDI al gruppo greco Antenna, chiusa a marzo 2026. Se l’analisi è corretta, i siti senza accordo partono in svantaggio nelle risposte di ChatGPT, un tema che in Germania è già arrivato in tribunale per le risposte AI di Google.
Fonti: David Konitzny su LinkedIn, The Decoder, Tomorrow’s Publisher, Peec AI, The Decoder sullo studio di Amburgo, Punto Informatico.



